25 Mar Green Deal europeo: le aspettative attese si sono scontrate con la realtà
L’attenzione all’ambiente ed ai cambiamenti climatici sono stati alcuni tra gli elementi ispiratori del Green Deal UE.
A fronte di questo ambizioso processo, non è emerso un vero e acceso dibattito tra sostenitori e critici. Infatti, le voci di coloro che sostenevano che i processi “unilaterali” che la UE stava avviando avrebbero determinato squilibri nelle economie dei Paesi dell’Unione a fronte di risultati modesti, se non irrilevanti, per il clima e l’ambiente a livello mondiale, sono state sovrastate da chi ha sostenuto l’iniziativa. Secondo la maggioranza dei membri che hanno sostenuto l’impianto del Green Deal, vi era anche la necessità di dare un esempio, aprire una nuova visione dei mercati e della produzione, puntando su rigidi obiettivi di progressiva eliminazione dell’impiego delle fonti energetiche fossili e la transizione tecnologica-energetica-ambientale delle produzioni.
Mettere in discussione questo impegno economico-ambientale è stato spesso etichettato come un atteggiamento retrogrado o, in alcuni casi, persino come una forma di negazionismo climatico. Di conseguenza, anche per ragioni di convenienza politica ed elettorale, il dibattito critico sul Green Deal non ha trovato lo spazio e la determinazione che avrebbe meritato.
A pochi anni dall’avvio del Green Deal, è emerso chiaramente che la transizione energetica e tecnologica non può essere imposta per legge, ma deve adattarsi alle dinamiche di mercato. Al massimo, le politiche economiche possono fornire una direzione e creare condizioni favorevoli per facilitarne l’attuazione.
I sogni e la realtà
I risultati raggiunti dal 2019 al 2024 nell’ambito del Green Deal europeo, rappresentati nel rapporto “Delivering the EU Green Deal – Progress towards targets” sono alquanto deludenti, specialmente se valutati in funzione degli sforzi messi in campo.
Per facilitare la navigazione nei progressi del Green Deal, il rapporto suddivide gli obiettivi in sette aree tematiche: ambizione climatica; energia pulita, accessibile e sicura; economia circolare; mobilità sostenibile e intelligente; inverdimento della politica agricola comune e della strategia farm to fork; preservazione e protezione della biodiversità; riduzione dell’inquinamento dell’ambiente.
Dei 154 obiettivi fissati dalle politiche del Green Deal,
- 32 sono attualmente “in linea con il piano”, mentre
- 64 necessitano di “accelerazione”, ovvero stanno procedendo, ma richiedono progressi più rapidi per essere raggiunti nei tempi previsti;
- 15 obiettivi risultano “non progrediti” o addirittura in regressione, mentre
- per 43 obiettivi non sono attualmente disponibili dati.
La crisi economica, in parte riconducibile all’impulso alla transizione ecologista contenuta nel Green Deal[1], in parte esacerbata dal conflitto russo-ucraino, rischia di aggravarsi ulteriormente per le politiche commerciali imposte da Donald Trump.
In questo contesto, al di là di qualsiasi polemica, è opportuno ricordare l’inchiesta del quotidiano “De Telegraaf” sul cosiddetto “scandalo delle lobby green”, secondo cui l’UE avrebbe finanziato alcuni gruppi ambientalisti per sostenere e promuovere le politiche verdi dell’ex commissario Frans Timmermans. Parte di questi fondi, inoltre, sarebbero stati destinati a influenzare il dibattito sull’agricoltura.
Il vento è cambiato. Lo scorso 29 gennaio, la Commissione UE ha presentato la “bussola per la competitività”, delineando la cornice strategica per orientare i lavori della Commissione, dando un nuovo peso al divario di produttività con le altre grandi economie. I nuovi obiettivi sono quelli di affrontare gli ostacoli e le debolezze strutturali che possono rappresentare un freno all’economia. Pertanto, anche il patto per l’industria pulita avrà un approccio alla decarbonizzazione basato sulla competitività. Si prevede inoltre di intervenire per ridurre il divario di innovazione e ridurre le dipendenze da altre economie. Anche le norme sugli appalti pubblici dovranno essere riviste accordando delle preferenze agli attori europei, quanto meno nei settori e nelle tecnologie critici.
Per giungere a questi risultati la Commissione indica la necessità di:
- Semplificazione degli oneri normativi e amministrativi al fine di snellire le procedure di accesso ai fondi UE. Inoltre semplificare l’informativa sulla sostenibilità e la dovuta diligenza e tassonomia, agevolando l’attività d’impresa per le piccole e medie imprese.
- Ridurre gli ostacoli al mercato unico UE.
- Finanziare la competitività sostenendo la creazione di un mercato dei capitali efficiente che trasformi i risparmi in investimenti.
- Promuovere le competenze e posti di lavoro di qualità.
- Migliorare il coordinamento delle politiche a livello nazionale e dell’UE.
Tali orientamenti sono stati fonte di ispirazione per la proposta “Omnibus I” della Commissione.
Le proposte della Commissione UE – “Omnibus I”
Con il pacchetto “Omnibus I”, presentato il 26 febbraio scorso, sono state formalizzate una serie di proposte finalizzate alla semplificazione della normativa UE in materia di sostenibilità con l’obiettivo di stimolare la competitività, facilitare gli investimenti, e ridurre gli oneri amministrativi complessivi di almeno il 25%.
Tra i punti cardine del pacchetto “Omnibus I” vi è la significativa riduzione degli obblighi di rendicontazione ESG (Environmental, Social, Governance). La proposta prevede che solo le imprese con almeno mille dipendenti e un fatturato di 50 milioni di euro o un patrimonio di 25 milioni saranno soggette a tali obblighi. Questo significa che circa l’80% delle aziende europee sarà esente, offrendo alle PMI una significativa semplificazione amministrativa e contabile.
Le piccole e medie imprese, che rappresentano l’ossatura dell’economia europea, potranno così concentrarsi su produttività e innovazione senza dover sostenere i costi ingenti derivanti dai requisiti burocratici del precedente Green Deal.
Infatti, si propone il ridimensionamento della Direttiva CSRD (Corporate Sustainability Reporting Directive) sulla rendicontazione di sostenibilità. In particolare, si prevede l’esclusione dal campo di applicazione le grandi imprese con meno di 1.000 dipendenti e le PMI quotate. Per tali soggetti la Commissione definirà uno standard di reporting volontario, limitando, di fatto, le informazioni che le aziende e le banche soggette a CSRD possono richiedere alle imprese escluse nell’ambito delle catene di valore.
In tema di informazioni di sostenibilità, per il processo di valutazione del revisore indipendente, viene rimosso l’obbligo di passare alla “reasonable assurance”. Pertanto, le imprese potranno esser soggette solo alla meno impattante “limited assurance”.
Per quanto riguarda la rendicontazione sulla tassonomia richiesta alle imprese UE soggette al CSRD, per quelle con fatturato netto fino a 450 milioni di euro sarà resa facoltativa.
Relativamente agli standard ESRS (European Sustainability Reporting Standards) per la rendicontazione societaria di sostenibilità, adottati in via definitiva a luglio 2023, ora la Commissione intende semplificarli e ridurre il numero di quelli obbligatori. Si prevede inoltre di non adottare degli specifici ESRS per settore di attività.
Modifiche in vista anche per la Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD) con la quale si richiede alle imprese di svolgere attività atte a prevenire, mitigare o ridurre al minimo gli impatti sui diritti umani e sull’ambiente che potrebbero generarsi nelle attività che svolgono e nelle catene del valore a cui partecipano. Sono previsti obblighi ridotti e più mirati per i partner indiretti, escludendo l’ipotesi di una verifica sistematica ma solo se si disporrà di informazioni tali da suggerire che si sono verificati o potranno verificarsi impatti negativi.
Il Meccanismo di Adeguamento del Carbonio alle Frontiere (CBAM) che impone agli importatori di alcuni beni ( cemento, elettricità, fertilizzanti minerali e chimici, prodotti di ferro e acciaio, prodotti di alluminio, idrogeno) di dichiarare le emissioni di CO₂ prodotte nei paesi di origine e di acquistare certificati CBAM per compensarle. Questo serve a evitare che le aziende spostino la produzione in paesi con regole ambientali meno rigide (fenomeno noto come “carbon leakage”).
Queste modifiche vogliono rendere il CBAM più semplice ed equo, riducendo il carico per PMI e piccoli importatori, e migliorando la gestione per le grandi aziende. L’obiettivo resta quello di incentivare pratiche industriali più sostenibili, evitando distorsioni nel commercio e garantendo un’applicazione graduale ed efficace delle nuove regole. Le modifiche proposte esenteranno gli importatori di piccole quantità (principalmente PMI e imprese individuali) con l’introduzione una soglia cumulativa annua di 50 tonnellate, eliminando così gli obblighi per circa 182.000 importatori (90% del totale), pur coprendo oltre il 99% delle emissioni incluse nel meccanismo.
Il pacchetto Omnibus I, anche se ancora resta solo una proposta e potendo subire variazioni prima di essere adottata, deve fare riflettere su come sono definite le politiche europee. Anche se le iniziative e gli indirizzi della Commissione UE sono preceduti da “sondaggi”, per comprendere le attese e gli orientamenti dei cittadini europei, occorre considerare che l’esito delle consultazioni generalmente è condizionato da “fattori non sempre neutrali”. Il rischio di “interferenze ostili” è particolarmente elevato in questo contesto socio-politico, ma lo sarà sempre più anche in futuro (da ultimo si veda cosa è recentemente accaduto in Romania dove è stato addirittura ritenuto opportuno annullare le elezioni presidenziali).
È quindi fondamentale che vi sia un attento monitoraggio dei media e delle informazioni che sono diramate in rete, al fine monitorare eventuali possibili condizionamenti volti a favorire determinati orientamenti a discapito degli interessi e della sicurezza, non solo economica e sociale, dei paesi che aderiscono alla UE.
Sarebbe forse il momento di ragionare di cosa l’Europa ha bisogno (in termini di istituzioni e governance) al fine di poter competere con le altre grandi potenze e non essere progressivamente fagocitata o, relegata ad un semplice spettatore delle dinamiche politiche-economiche mondiali. Un’istituzione capace di tradurre le proprie direttive in azioni concrete, garantendo al contempo un processo decisionale basato sulla condivisione e sulla valutazione approfondita di ogni aspetto con i governi dei singoli Stati membri.
Gli eventi dell’ultimo decennio hanno dimostrato come i cambiamenti nelle dinamiche economiche, commerciali, socio-politiche e di sicurezza avvengano con una rapidità che le attuali strutture dell’UE faticano a seguire. Forse è giunto il momento di ripensare il funzionamento delle istituzioni europee e di valutare un’evoluzione dell’Unione verso un modello più integrato, simile a una federazione di Stati.
[1] Si pensi al caso emblematico del mercato delle automobili che si è visto imporre l’obbligo di passare dalla produzione di motori endotermici a quelli elettrici, quando l’industria europea non è in grado di competere con gli altri produttori mondiali. Ciò ha contribuito alla chiusura di importanti siti produttivi ed al licenziamento di decine di migliaia di lavoratori.